Wolfgang Amedeus Mozart: Requiem in re minore per soli, coro ed orchestra, K 626 – Introduzione

A soli 35 anni, Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791) moriva, lasciando incompiuta la sua opera più famosa, il Requiem in re minore per soli, coro ed orchestra, KV. 626, che ha inasprito gli animi per due secoli: infatti la strana coincidenza tra la scrittura di una messa funebre e la morta del compositore diede origine a tutta una serie di dicerie e fantasie, tanto che si è ricamata intorno a questa storia una (o più) leggende.

Chi è il famoso committente anonimo che avrebbe voluto, secondo la leggenda, appropriarsi della paternità dell’opera?

Ma, soprattutto, chi si consacrò al completamente di questo capolavoro?

Nel 1791, mentre Mozart finiva di scrivere il singspiel Il flauto magico, un personaggio misterioso (chiamato Franz Anton Leutgeb) gli rese visita e gli domandò di comporre un Requiem per il suo maestro che voleva restare anonimo.

Il committente, in realtà, era un giovane conte di 28 anni, Franz von Walsegg zu Stuppach, aspirante compositore, che pretendeva comporre lui stesso opere che faceva eseguire durante i concerti privati che organizzava, ma che in realtà erano composte da altri.

Avendo perso la moglie qualche mese prima, il 14 febbraio 1791, von Walsegg voleva far ascoltare un Requiem (che avrebbe fatto passare per suo attribuendosi la paternità dell’opera) in occasione di una messa commemorativa.

Quindi si è ben lontani dalla leggenda (che si ritrova nel film Amadeus di Milos Forman, del 1984), secondo la quale un Salieri machiavellico, rivale di Mozart a Vienna, abbia richiesto l’opera di nascosto per appropriarsene, annunciando al compositore la sua prossima morte.

Mozart, nonostante fosse già malato (era convinto di essere stato avvelenato con l’Acqua Tofana, un veleno molto lento) e con altre partiture da terminare, accettò tuttavia la commissione in quanto il conte aveva promesso una bella somma di soldi.

Così Mozart scrisse i primi due brani del Requiem, abbozzò le parti successive e lasciò da parte il lavoro per molti mesi.

Ma, preso dalla febbre, che lo portò alla morte cinque mesi dopo, il Requiem rimase incompiuto.

Costanza, la moglie, che si ritrovò tra le mani quest’opera abbozzata, si trovò in una situazione … scomoda, in quanto era già stato versato un acconto da parte del committente.

Due erano, allora, le scelte che aveva davanti: terminare l’opera o rimborsare l’acconto.

La sua decisione fu presa rapidamente: visti i debiti lasciati da Mozart, non poteva permettersi di buttare 100 ducati.

Ma … dove trovare un musicista capace di uguagliare (nei limiti del possibile) il genio di Mozart?

Il compito era veramente arduo.

Mozart aveva terminato l’Introitus e il Kyrie e lasciato, per i cinque numeri successivi della Sequentia (dal Dies Irae al Confutatis), buona parte del contenuto (in particolare le voci e qualche indicazione).

Inoltre il Lacrimosa vedeva scritte interamente le sole prime otto battute mentre vi erano degli schizzi per l’Offertorium.

Rimaneva quindi da scrivere completamente il Sanctus, il Benedictus, l’Agnus Dei e il Communio!

Costanza si rivolse, inizialmente, a Joseph Eybler, compositore e amico di Mozart.

In un primo tempo questi accettò e terminò il Lacrimosa, ma per modestia e senza dubbio cosciente del genio del suo amico, non si sentì capace di portare a termine il lavoro.

Costanza allora chiese a Franz Xaver Süssmayr, uno dei più fedeli allievi di suo marito, che gli fu accanto fino al momento della morte, avvenuta il 5 dicembre 1791: probabilmente quando Mozart comprese che non sarebbe riuscito a terminare il Requiem, potrebbe aver dato a Süssmayer istruzioni orali su come completare il lavoro.

Grazie ai suggerimenti di Mozart, quindi, e a qualche frammento di partitura lasciato, Süssmayr, bene o male, terminò l’opera (che, comunque, all’ascolto risulta molto unitaria sia nella fattura sia nell’ispirazione).

Il Requiem fu così consegnato al conte Walsegg senza che questo dubitasse dell’intrigo e fu eseguito ufficialmente per la prima volta il 14 dicembre 1793.

In verità Costanza aveva conservato una copia del lavoro, che fece eseguire a proprio beneficio il 2 gennaio 1793 a Vienna.

Quando il conte lo scoprì e, soprattutto quando, qualche anno più tardi, venne a sapere che il Requiem sarebbe stato pubblicato, cercò di chiedere un importante rimborso per la frode che era stata architettata ai suoi danni.

Capolavoro incompiuto, testamento musicale, composizione sacra senza tempo e al di fuori di ogni quadro liturgico, il Requiem è l’opera dei superlativi.

Mozart scrisse a suo padre Léopold, qualche anno prima di scrivere il Requiem, in un periodo in cui sentiva il bisogno di fare una personale ricerca spirituale:

visto che la morte […] è l’ultima tappa della nostra vita, mi sono avvicinato da qualche anno con questo migliore e vero amico dell’uomo, in modo che la sua immagine non solo non abbia più niente di spaventoso per me ma sia piuttosto qualcosa di rassicurante e di consolante”.

E questa calma di fronte alla morte la si ritrova lungo tutto il Requiem, questa messa per i morti che oscilla tra accenti terribili e tenere melodie calme e malinconiche: nella bellezza della musica si ritrova la condivisione per la sofferenza, amica e compagna di vita.

Scritto per quattro solisti (soprano, contralto, tenore e basso), un coro e un’orchestra sinfonica, Mozart non usò gli strumenti a fiati “acuti” (flauti e oboi), giudicati troppo gioiosi; usò, invece, il corno di bassetto, antenato del clarinetto, dal timbro più opaco e spettrale, che crea un’atmosfera sonora singolare.

Questo è l’intero organico: soprano, contralto, tenore, basso, coro misto, 2 corni di bassetto, 2 fagotti, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, organo e archi.

Grave e solenne, l’orchestra è perfettamente adatta ad una messa da morto e anche la scrittura di Mozart è sobria, quasi austera: non ci sono effetti brillanti né grandi assoli virtuosistici.

La tonalità di re minore è molto significativa, in quanto Mozart la usò soltanto nelle opere in cui vi sia della sofferenza redentrice (come, ad esempio, nel Don Giovanni).

Ecco le parti in cui si divide quest’opera, su testo latino:

  • Introitus per soprano e coro (Adagio in re minore): questo è l’unico brano a essere stato interamente completato in tutte le sue parti orchestrali e vocali
  • Kyrie per coro (Allegro in re minore): completato sotto forma di particella, cioè nella stesura completa delle parti vocali e del basso numerato, con accenni più o meno consistenti delle parti strumentali
  • Sequentia: le sei sezioni sono complete sotto forma di particella, interrotte all’ottava battuta del Lacrimosa
    Dies irae per coro (Allegro assai in re minore)
    Tuba mirum per solisti (Andante in si bemolle maggiore)
    Rex tremendae per coro (Grave in sol minore)
    Recordare per coro (Andante in re minore)
    Confutatis per coro (Andante in la minore)
    Lacrimosa per coro (Larghetto in re minore)
  • Offertorium: qui abbiamo un abbozzo in forma di particella delle due parti; alla fine dell’Hostias si leggono le ultime parole scritte da Mozart (“Quam olim da capo”, cioè ripetere il Quam olim Abrahae sulla musica del movimento precedente)
    – Domine Jesu per solisti e coro (Andante con moto in sol minore)
    – Hostias per coro (Andante in mi bemolle maggiore e Andante con moto in sol minore)
  • Sanctus per coro (Adagio in re maggiore): del tutto assente
    – Osanna per coro (Allegro in re maggiore)
  • Benedictus per solisti (Andante in si bemolle maggiore): del tutto assente
    – Osanna per coro (Allegro in si bemolle maggiore)
  • Agnus Dei per coro (in re minore): del tutto assente
  • Lux aeterna per soprano e coro (in re minore, Allegro e Adagio): del tutto assente.

Wolfgang Amedeus Mozart: Requiem in re minore per soli, coro ed orchestra, K 626 – Partitura

Wolfgang Amedeus Mozart: Requiem in re minore per soli, coro ed orchestra, K 626 – Testo

Wolfgang Amedeus Mozart: Requiem in re minore per soli, coro ed orchestra, K 626 – Guida all’ascolto

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