Wolfgang Amadeus Mozart – Grande Messa in Do minore K 427 (K 417 a): Gloria – Guida all’ascolto

Mozart_Grande-Messa-K427-GloriaLe otto sezione del Gloria della Grande Messa in do minore K 427 (K 417a) di Wolfgang Amadeus Mozart si distinguono tra di loro per il tipo di scrittura e la tonalità, facendoci percepire la volontà del compositore di contrapporre stili differenti e diversi tra di loro.

Sono come delle scene che oscillano tra l’ombra e la luce, con i punti estremi che sono il Qui tollis (ombra) e il Quoniam (luce).

Andiamo a sentirlo: ci troviamo esattamente a 08:34 del nostro video.

Il Gloria in excelsis è un inno con un carattere energico, gioioso e giubilatorio, in cui il Dio della gloria che sta nei cieli viene celebrato in uno stile fugato, dove si sente l’influenza di Haëndel (si potrebbe quasi sentire un’eco dell’Alleluia del Messia), grazie all’uso, da parte di Mozart, di possenti accordi che si alternano a vivaci e festosi passaggi contrappuntistici.

Qui vengono usati timpani e ottoni (che sono considerati un po’ come gli strumenti bellici per eccellenza) e tutto è sempre forte.

Con un contrasto inatteso, in piano, a 09:17, tutto questo lascia il posto alla contemplazione: l’Et in terra pax irradia tenerezza e gioia: è un canto di Natale, è Dio che scende sulla terra portando la pace che viene dall’alto e che è riversata sull’umanità.

Il Laudamus te, un’aria tripartita con da capo affidata al soprano solista, a 10:55, nello stile dell’opera seria italiana, è pieno di grandi vocalizzi fioriti che prolungano questo aspetto di tenerezza e favoriscono il raccoglimento e l’adorazione.

Il Gratias agimus, a 16:05, molto breve ma altrettanto intenso, contrasta in modo inatteso con il brano precedente: è affidato al rigore di un coro a cinque voci omofoniche e presenta un motivo pesante, martellato dall’orchestra, in cui Mozart ci propone una solenne e imponente azione di grazie e un’ammirazione alla gloria e alla potenza del Creatore.

Lo struggente Domine Deus, a 17:42, in tonalità de re minore, esprime di nuovo una grande tenerezza e una serena calma grazie ad una serie di arabeschi che fanno cantare le voci (i due soprani) e gli archi soli, quasi che le due voci siano completamente prese a contemplare l’unità tra il Padre e suo Filglio.

Qui si può sentire l’influenza sia di Bach e sia di Haëndel.

Il potente Qui tollis, a 20:29, per doppio coro e nella tonalità di sol minore, si riveste invece di una gravità drammatica che suggerisce una marcia che porta verso il supplizio.

Mozart tratta questo passaggio , che è il più tragico, nello stesso modo in tutte le sue messe: egli descrive il male del mondo ma, nello stesso tempo, la supplica accorata (“miserere mei”).

In questa messa usa una scansione ritmica marcante agli archi e dissonanze sgradevoli e scomode che descrivono l’afflizione totale che, poco a poco, finisce nel silenzio: a tre riprese, la musica stessa sembra portare il peso dei peccati con scatti violenti, pesanti accenti ritmici, sospiri che rimbalzano da un coro all’altro, l’angosciante discesa cromatica delle voci che sprofonda verso il basso l’intera umanità.

Ma, improvviso, un ripiegamento angosciato e desolante con un doppio piano sulle parole “ suscipe”, a 23:02, e “miserere”, a 24:31, finché la parola “nobis ”, su un imprevisto accordo maggiore , porta con sé una nuova luce e la speranza di una possibile redenzione.

Troviamo qui uno degli affreschi dello sgomento tra i più riusciti in Mozart, con un’intensità e una potenza drammatica degna dei più terribili dei Giudizi ultimi.

Il Quoniam tu solus Sanctus che segue, a 26:17, porterà le risposte rassicuranti, intraviste alla fine del brano precedente, attraverso gli arabeschi proposti da tre voci soliste (i due soprani e il tenore), forse rappresentanti della Trinità, che tendono verso l’alto, verso il cielo, inseguendosi a vicenda.

Segue un brano brevissimo (della durata di neanche un minuto), in tempo Adagio, a 30:54, dal titolo Jesu Christe: Mozart è l’unico compositore del suo tempo ad aver dedicato un brano un pezzo alla figura di Cristo, attraverso la cui incarnazione si arriva a suo Padre.

Qui Mozart ci fa contemplare la maestosa gloria di Cristo risorto.

Il solenne Cum Sancto Spiritu a 31:44, sotto forma di una grandiosa fuga, dipinge nello stesso tempo la potenza e la dolcezza della gloria in cielo, grazie anche all’inserimento, da parte di Mozart, di elementi del moderno linguaggio sinfonico che ci porta ad una commozione più profonda ed intensa.

Qui si ha quasi l’impressione di passare dalla condizione umana a quella divina, dalla terra al cielo, dal temporale all’eterno.

Wolfgang Amadeus Mozart: Grande Messa in Do minore K 427 (K 417 a) – Partitura

Wolfgang Amadeus Mozart: Grande Messa in Do minore K 427 (K 417 a) – Testo (Messale in latino con traduzione in italiano)

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