Edgard Varèse: Déserts – Introduzione

A partire dal 1934, Edgar Varèse (compositore francese nato a Parigi il 22 dicembre 1883, naturalizzato americano nel 1927 e morto a New York il 6 novembre 1965) entra in un periodo di silenzio, segnato anche da una profonda depressione, e non scriverà più niente per orchestra fino a Déserts (la sua opera più lunga) nel 1954, data alla quale ritornerà a Parigi, città dove non veniva più dagli anni ’30 e che non lo conosceva, l’aveva dimenticato o, addirittura, lo credeva morto.

Déserts, una delle prime opere in assoluto che combina suoni strumentali e suoni artificiali organizzati su un nastro magnetico (chiamata, per questo, musica mista), fu sviluppato in un arco di tempo piuttosto lungo: infatti, mentre le sequenze orchestrali (14 strumenti a fiato, 5 percussionisti che suonano 46 strumenti a percussione, e un pianoforte) furono terminate già nel 1953, bisognerà attendere novembre 1954 prima che i suoni organizzati, raccolti nelle fabbriche, sulle navi o inventati in studio, venissero registrati definitivamente nello Studio della Radiodiffusione francese e grazie all’aiuto competente di Pierre Henry (1927 – 2017), uno dei pionieri della musica concreta.

Infatti, nonostante i rumori primitivi delle interpolazioni, soprattutto quelli urbani o delle fabbriche, fossero già stati registrati a Filadelfia, l’intervento di Pierre Henry fu indispensabile per combinarli insieme sulle bande magnetiche.

La prima esecuzione ebbe luogo il 2 dicembre 1954 a Parigi, al Théâtre des Champs Élysées, con Pierre Henry alla console sonora e con l’Orchestra Nazionale di Francia diretta da Hermann Scherchen: il tutto fu diffuso via radio in stereofonia, prima diffusione radiofonica in Francia.

Scherchen, prudente, sapendo che era rischioso proporre l’opera ad un pubblico che amava molto poco la musica contemporanea, decise di inserire, prima e dopo, due opere classiche: la Grande Ouverture in si bemolle maggiore (apocrifa) di Mozart e la Sinfonia Patetica di Tchaikovski.

In questo modo, egli pensava di attenuare la possibile reazione del pubblico davanti ad un’opera così rivoluzionaria.

L’operazione, invece, fu semplicemente suicida (Varèse, nonostante fosse francese, era assolutamente sconosciuto ai più -come ho detto sopra- avendo vissuto per tanti anni negli Stati Uniti: una parte del pubblico pensava, addirittura, che fosse un compositore italiano del XVIII secolo!).

In più, il fatto dell’intrusione di due altoparlanti (indispensabili per ascoltare i suoni registrati sul nastro magnetico) in una sala da concerto fu considerata come un’operazione sacrilega per molti melomani, e fu percepita come una provocazione.

Ci fu un indescrivibile tumulto e si creò un vero e proprio scandalo (il secolo del XX secolo, dopo quello provocato dal Sacre du printemps di Stravinsky, eseguito il 29 maggio 1913 nello stesso teatro) tanto che a Varèse fu promessa addirittura la sedia elettrica!

Lo stesso compositore dirà:

Naturalmente, se la gente non ama una musica, ha tutto il diritto di farlo.
È anche suo diritto rigettarla, se vuole.
Ma per rigettarla, almeno bisogna averla ascoltata, prima di tutto…
Io trovo che è assolutamente stupido fischiare un’opera prima di sapere che cosa quest’opera vuol dire”.

La seconda esecuzione ebbe luogo in Germania, ad Amburgo, l’8 dicembre con Bruno Maderna (Varèse preferì la direzione di quest’ultimo a quella di Scherchen): l’opera ottenne un grande successo così come durante la prima esecuzione newyorchese, il 30 novembre 1955.

Da quel momento Déserts si impose come un classico contemporaneo.

Una versione rivista e migliorata dell’opera, fu realizzata dallo stesso Varèse nel 1961 al Columbia Princeton Electronic Music Center.

Il compositore, che aveva sempre provato un grande interesse per la matematica, in questo pezzo organizza delle interpolazioni di suoni organizzati che intervengono tre volte e che si alternano agli strumenti tradizionali che suonano una musica viva, dura, a volte brutale, furiosa e misteriosa, il tutto assolutamente nello spirito di Varèse.

Se l’importanza storica di Déserts si trova nel fatto che essa usa, all’interno della stessa opera, lo strumentale e l’elettronico, è da tenere presente anche il fatto che qui viene esposta, in modo magistrale, una nuova concezione in cui il suono (e non le note) è al centro della composizione.

Da un punto di vista dell’organizzazione formale, Varèse optò per una successione (e non una sovrapposizione) di strumentale e elettroacustico.

Quindi Déserts alterna quattro episodi strumentali e tre interpolazioni realizzate su nastro magnetico, per una durata d’esecuzione di circa 25 minuti (16 minuti per la versione solamente orchestrale: a questo proposito, lo stesso Varèse dice che si può eseguire l’opera anche senza le interpolazioni registrate).

Le interpolazioni dei suoni organizzati si basano su rumori (frizione, percussione, fischi, suoni graffianti, frantumazioni, soffi) ma anche su suoni di strumenti a percussione (timpani, rullante, legnetti, blocchi di legno, gong), di un suono d’organo (registrato nella chiesa di St. Mary of the Virgin di New York) e di qualche suono elettronico.

Il tutto, per mezzo dell’elettronica, viene filtrato, trasposto, trasformato, mescolato e composto in modo da adattarlo ad una struttura prestabilita.

Di conseguenza, l’identità dei rumori o delle percussioni è spesso offuscata, introducendo l’ascoltatore in un mondo ibrido tra reale e immaginario.

E forse è proprio questo non-riconoscimento dei suoni (e quindi la loro non-comprensione per grande parte del pubblico), nella loro organizzazione d’insieme, che creò nel pubblico un sentimento di frustrazione generatore di violenza.

La formazione strumentale usata è la seguente: 2 flauti (con, anche, ottavini), 2 clarinetti in sib (con, anche, clarinetto piccolo e clarinetto basso), 10 ottoni (divisi in 2 corni, 3 trombe, di cui una in re e 2 in do, 3 tromboni, basso tuba, contrabbasso tuba), pianoforte, 5 percussionisti che suonano 46 strumenti ad altezza determinata ed indeterminata (16 tipi di membranofoni, 13 metallofoni e 17 percussioni in legno), divisi nel seguente modo:

  1. 4 timpani, vibrafono, 2 piatti sospesi (acuto e grave), cassa rullante, clavi, lastra del tuono, 2 fruste
  2. glockenspiel, cassa chiara, tamburo militare, cassa rullante, 2 timbales o tom tom, 2 piatti sospesi (acuto e grave), campanaccio latino-americano, tamburello, 3 block cinesi (acuto, medio, grave)
  3. 2 grancasse (media e grave) con piatto annesso, cassa rullante, tamburo militare, campanaccio, guiro, clavi, tamburello, campane tubolari
  4. vibrafono, 3 gong (acuto, medio, grave), 2 lathes, guiro, tamburello
  5. xilofono, 3 block cinesi (acuto, medio, grave), 3 wooden drum (acuto, medio, grave), guiro, clavi, 2 maracas, 2 lathes,

e 2 nastri magnetici di suono organizzato elettronicamente, trasmesso su 2 canali per mezzo del sistema stereofonico.

Il pianoforte è usato come una struttura risonante destinata a colorare e amplificare gli altri timbri grazie all’uso dei pedali e dei tasti silenziosi (in quest’opera il silenzio è l’elemento primordiale della partitura).

La sua funzione principale, quindi, consiste nel favorire la fusione delle varie individualità in una sonorità globale.

La scelta di quest’organico è dovuta sia alla grande estensione sonora che permette (dall’ottavino alla tuba contrabbasso), sia alle potenzialità dinamiche e timbriche.

Il principio d’organizzazione della materia sonora è basato quindi sia sull’opposizione dei suoni sia sulla loro diffusione nello spazio.

Gli archi, come nella maggior parte delle opere di Varèse per ensemble, sono esclusi in quanto non riflettono la sua epoca e il loro attacco è giudicato troppo morbido.

Ma perché questo titolo?

Varèse dirà a Odile Vivier (sua futura biografa) in una lettera:

Ho scelto come titolo Déserts perché per me “deserto” è una parola fortemente evocativa.
Essa suggerisce spazio, solitudine, distacco.
Per me non significa solo deserti di sabbia, mare, montagne e neve, spazi siderali, strade di città deserte, non solo aspetti spogli della natura che evocano la nudità e distanza, ma anche quel remoto spazio interiore che nessun telescopio può raggiungere, un mondo di mistero e di solitudine essenziale
”.

L’opera, quindi, ci introduce in un universo grave, profondo, meditativo.

Secondo Fernand Ouelette, amico del compositore, Déserts fu l’espressione della lunga depressione che Varèse attraversò per più di 10 anni (aggravata dalle disillusioni della Guerra di Spagna e della Seconda Guerra mondiale), da cui il sentimento di angoscia che traspare.

Varèse, comunque, voleva anche evocare delle immagini (destinate a provocare una reazione più o meno violenta) in quanto questo brano fu composto in vista della realizzazione di un lungometraggio intitolato Désert (progetto che non andrà a buon fine).

Edgard Varèse: Déserts – Partitura

Edgard Varèse: Déserts – Prima dell’ascolto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

CLICCA QUI e scarica subito l'E-BOOK GRATUITO: “Guida all’ascolto dello Stabat Mater di Antonín Dvorák”

Segui guidaallascolto sui Social Network!

Come trovi questo sito?

Eccellente
Ottimo
Buono
Così così
Scadente
Pessimo
No comment