Edgard Varèse: Déserts – Prima dell’ascolto

Déserts di Edgar Varèse si compone di quattro sezioni strumentali di diversa lunghezza, intervallate da tra interventi di nastro magnetico che si inseriscono all’interno dello sviluppo orchestrale, come ho detto nell’introduzione a questo brano.

Le due sorgenti sonore, quindi, non si mescolano tra di loro ma si giustappongono.

La prima interpolazione fa appello a “suoni presi durante alcune ricerche su rumori di fabbrica”; la seconda è la registrazione di cinque musicisti che suonano diversi strumenti di batteria, senza effetti sonori, ma solo per ottenere un rilievo stereofonico; la terza interpolazione presenta un missaggio dei due procedimenti, riunendo così suoni reali e suoni strumentali in vista di una doppia struttura.

La partitura colpisce non solo per l’uso particolare dei mezzi elettroacustici ma anche per la raffinatezza dei timbri orchestrali e la sua … spogliatura, una purezza ad un livello mai raggiunto.

È in particolare all’orchestra che Varèse riserva la “meditazione sul deserto interiore”, in contrasto con le “violenze cataclismiche” del suono organizzato.

Nonostante la divisione in sette sezioni, le divisioni interne sono meno accentuate.
Varèse ha concepito la sua partitura come un un organismo che si sviluppa e cresce continuamente.

Egli scrisse a questo proposito:

la musica suonata dall’insieme strumentale può essere considerata come qualcosa che evolve su piani e volumi opposti, producendo l’impressione di movimento nello spazio.
Ma, anche se gli intervalli tra le note determinano questi volumi e questi piani contrastanti che cambiano sempre, essi non sono basati su assemblaggi fissi di intervalli come una scala, una serie o qualsiasi principio esistente nella misurazione musicale
”,

paragonando il suo modo di comporre al fenomeno di cristallizzazione:

c’è, prima di tutto, l’idea, la “struttura interna”, che cresce, si scinde secondo diverse forme o gruppi sonori che si trasformano continuamente, cambiando di direzione e di velocità, attirati o respinti da forze diverse”.

L’opera si svolge secondo le interazioni tra il materiale e le forze in azione sia nelle sezioni strumentali che nelle interpolazioni su nastro.

Le tensioni e le intensità impongono il movimento, i silenzi impongono le respirazioni.

I piani sonori corrispondono, ad esempio, alle note tenute lunghe dai fiati, che variano in intensità e durata, che si oppongono le une alle altre e amplificate dalle percussioni.

Questi piani sono, nel corso della partitura, modificati continuamente da elementi perturbanti (come, ad esempio, forti dissonanze apparentemente senza legame con il discorso musicale, note pivot ripetute, melodie di timbri affidate alle percussioni), che creano, qua a là, delle tensioni.

A partire da un certo numero di perturbazioni dei piani iniziali, appaiono brutalmente ampi intervalli associati a ritmi più rapidi, sincopati o in controtempo, la cui pulsazione è ternaria su una battuta binaria.

Queste dissimmetrie, associate ad un crescendo generale, danno luogo ad aggregazioni estremamente dissonanti (clusters) e stridenti (con l’ottavino usato nella regione la più acuta), che danno origine a volumi sonori.

Dopo le tensioni portate al loro punto massimale, si ritorna a piani sonori più … tranquilli che, però, saranno a loro volta vittima di perturbazioni fino a raggiungere un nuovo volume.

Tutta la parte orchestrale è costruita in questo modo, tra tensioni e rilassamenti: nonostante questo, la parte per orchestra di Déserts l’opera più serena (ad eccezione di Density 21.5) di Varèse, quella in cui i momenti di calma (relativa) hanno la meglio sulle eruzioni sonore così ricorrenti nella sua musica.

Le sezioni di nastro magnetico, invece, colpiscono per la loro violenza.

Nella versione definitiva, quella che oggi è la più eseguita, le tre Interpolazioni su nastro magnetico durano rispettivamente, 2 minuti e 26 secondi, 3 minuti e 14 secondi e 3 minuti e 9 secondi.

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