Antonín Dvořák – Stabat Mater: Virgo virgininum praeclara – Guida all’ascolto

Ciao,

andiamo ad ascoltare insieme il settimo brano dello Stabat Mater di Antonín Dvořák.

Il brano si intitola Virgo virginum praeclara ed è affidato di nuovo al coro, cioè al popolo che prega sua Madre, secondo la devozione popolare (se non l’hai ancora letta, qui trovi l’Introduzione che ho fatto di questo lavoro).

Questo è il testo usato da Dvořák:

Virgo virginum praeclara, (O vergine nobile tra le vergini)
mihi jam non sis amara, (nei miei riguardi non essere più dura,)
fac me tecum plangere. (permettimi di piangere con te.)

(La traduzione italiana dello Stabat Mater latino che ho usato l’ho presa, con il permesso dei diretti interessati, dal libro “Spirto Gentil”, della collezione “BUR-Rizzoli saggi” (nelle pagine 295-298)).

Qui, per la prima volta in questo Stabat Mater, Dvořák usa spesso il coro a cappella e alla voce dei soprani sono affidate alcune arditezze melodiche (chiamiamole così), mentre le altre voci hanno più un carattere di sostegno, anche se, ovviamente, non sempre è così e questo sostegno comunque non è fine a se stesso.

Tutto il brano è molto dolce, direi quasi struggente, anche se non mancano alcune punte drammatiche, soprattutto legate alle parole “amara” e “fac me tecum plangere”.

Il pezzo si apre (a 1:02:17 del video che ho scelto) con una breve introduzione orchestrale e subito il coro a quattro voci, in modo omoritmico, in pianissimo, si rivolge a Maria, “vergine nobile tra le vergini”.

Dopo un leggero crescendo sulla parola “amara” che culmina in un mezzoforte, “fac me tecum plangere” viene quasi sussurrato pianissimo.

Di nuovo l’orchestra e di nuovo il coro che, inizialmente, riprendono lo stesso episodio precedente ma con qualche variazione armonica finché, questa volta, la parola “amara” viene cantata forte a 1:04:28.

Il “fac me tecum plangere” successivo viene ripetuto quattro volte, le prime due solo dal coro a cappella mentre nelle altre due si aggiunge anche l’orchestra.

È interessante qui vedere che questa frase viene ripetuta prima forte, poi piano, poi di nuovo forte per finire di nuovo piano e nel piano la tessitura vocale è nel registro medio, mentre nel forte, soprani e bassi (in particolare) cantano in un registro piuttosto acuto, tanto che il primo “fac” risulta quasi un grido (come ne abbiamo visti altri finora, sempre associati a questa stessa parola).

A 1:05:27 vi è una ripresa invariata dell’inizio quando cominciano a comparire alcune fioriture nelle voci, sulla parola “praeclara” (esattamente da 1:06:16), mentre a 1:07:12 prima i soprani e poi i tenori (e viceversa subito dopo) usano un arpeggio discendente per dire “fac me tecum”.

Il brano si conclude a 1:09:03 molto tranquillo, come è scritto sulla partitura, con un corale a quattro voci pianissimo sulle parole “fac me tecum plangere”.

Ti auguro un buon ascolto.

Antonín Dvořák – Stabat Mater: Spartito (riduzione per soli, coro e pianoforte)

Antonín Dvořák – Stabat Mater: Testo

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