Antonín Dvořák – Stabat Mater: Quando corpus morietur – Guida all’ascolto

Nell”ultimo brano dello Stabat MaterQuando corpus morietur, Dvořák riprende e si riallaccia all’inizio dello Stabat Mater e anche qui, come in quel primo brano, vengono di nuovo usate tutte le voci, sia dei solisti che del coro (se non l’hai ancora letta, qui trovi l’Introduzione che ho fatto di questo lavoro).

Le parole sono quelle conclusive della sequenza di Jacopone da Todi:

 Quando corpus morietur, (Quando il corpo morirà)
fac, ut animae donetur (fa’ in modo che all’anima sia donata)
paradisi gloria! Amen. (la gloria del paradiso! Amen.)

(La traduzione italiana dello Stabat Mater latino che ho usato l’ho presa, con il permesso dei diretti interessati, dal libro “Spirto Gentil”, della collezione “BUR-Rizzoli saggi” (nelle pagine 295-298)).

L’inizio di questo pezzo (a 1:22:36 del video che ho usato per fare questa guida all’ascolto) è identico all’inizio dello Stabat Mater: la stessa nota suonata, in ottave diverse e in pianissimo, da pochi strumenti, quasi a riproporre, sulle parole “quando corpus morietur”, lo stesso clima di immobilità e di parole intervallate a pause che abbiamo già sentito un’ora e 22 minuti fa.

Ma quest’ora e 22 minuti è passata, la preghiera si è fatta presente, il guardare la Madre sotto la croce ha lasciato ben presto il posto ai molti “fac”, alle molte richieste, la morte sulla croce di Cristo ha coinvolto anche me, anche te che, insieme ai solisti e al coro, abbiamo chiesto per più di 80 minuti.

Quindi … perché di nuovo questo inizio, questa immobilità?

Ma andiamo a scoprirlo insieme 😉

Le prime voci che entrano sono il Contralto e il Basso solisti, cantando (piano) le stesse note a distanza di ottava e intervallando le parole con pause (chiamiamo questa parte A, a titolo esemplificativo).

Si percepisce subito un contrasto forte tra questa profonda tristezza della musica e le parole: è vero che il testo parla del corpo che morirà, ma, subito do-po, parla anche della gloria del Paradiso: e, allora, dov’è questa gloria?

Ma continuiamo.

Finita questa esposizione ora è il turno del Soprano e del Tenore solisti, con la stessa modalità delle due voci precedenti: stesse note e pause in mezzo alle parole.

Ma qui già notiamo che il discorso comincia ad articolarsi.

Siamo esattamente a 1:23:37: appena Soprano e Tenore hanno pronunciato il “quando”, entra il Basso prima e il Contralto poi con una linea melodica più articolata, anch’essa già presente nel primo brano (chiamiamola B).

E queste due voci cominciano ad intrecciarsi con la parte A del Soprano e del Tenore che continuano a ripeterla identica a quella precedente del Contralto e del Basso.

A 1:24:05 entra ora il coro ma con una modalità … invertita: i contralti e i bassi cantano la parte A, mentre soprani e tenori si intrecciano ad esse con la parte B entrando però in anticipo rispetto alle altre due voci.

Qui poi Dvořák fa cantare solo le parole “Quando corpus morietur, fac, ut animae donetur” e questo gli permette di abbreviare anche il tempo che passa tra una riproposizione di A e l’altra, tanto che il turno dei soprani e dei tenori è molto più vicino rispetto a quello che invece era successo con i Solisti qualche istante prima.

Questo per lasciare spazio al “paradisi gloria” a 1:24:44, quando in crescendo sia di volume che di altezza delle note (ogni ripetizione infatti avviene su una nota più acuta della ripetizione precedente), si ha una prima intuizione di questa “gloria del paradiso”.

Prima intuizione perché, subito dopo (a 1:25:26) entrano di nuovo i solisti con la scala discendente e con tono dolente, come è scritto sulla partitura, riproponendo le parole “quando corpus morietur”.

È interessante qui notare l’attaccamento di Dvořák alla tradizione corale: mentre Soprano, Contralto e Tenore solista entrano (a canone) con la scala discendente, al Basso solista viene affidata la scala ascendente ma su valori molto larghi (ogni nota, e quindi ogni sillaba, dura per l’intera battuta), secondo la tradizione del cantus firmus.

A 1:26:17, con l’Allegro molto, Dvořák introduce il primo “Amen” ad 8 voci (4 solisti a cui si aggiungono le 4 voci del coro), che inizia con una fuga i cui temi principali sono la scala discendente e il frammento melodico-ritmico usato spessissimo in tutto il primo brano per poi lasciare spazio ad una elaborazione del materiale molto ricca e complessa che dura quasi due minuti.

In questo Amen la gloria del paradiso è assolutamente evidente 😉 : tutto viene trasfigurato, a partire dallo stesso materiale musicale che da mesto e dolente diventa ora un’esplosione di gioia.

Questo è ancora più evidente in 1:28:10: l’Amen si chiude in tutta la sua so-lennità e, volendo, il brano poteva anche finire lì, ma Dvořák … non è contento  😉

Tutto il testo di quest’ultima terzina viene riproposto dal solo coro a cappella, omoritmico, in fortissimo, con le singole sillabe bene accentate e, soprattutto, nella tonalità di RE maggiore (mentre all’inizio di questo pezzo c’era ancora la tonalità di SI minore, come all’inizio dello Stabat Mater), fino a che, sul “gloria” in fortissimo con tre “f” si aggiunge tutta l’orchestra.

Quest’ultima, lasciata sola dal coro (a 1:28:45), con un diminuendo, ritorna al pianissimo.

A questo punto Dvořák lascia i soli Violini I suonare molto tranquillo (è scritto sulla partitura).

È interessante quello che succede qui: viene riproposta per altre 7 volte la parola “Amen” ma le prime 6 volte è cantata da poche voci in pianissimo.

Tu mi dirai: “cosa c’è di così interessante”?

C’è che … c’è un contrasto tra gli archi (perché ai violini poi si alternano anche gli altri strumenti di questa famiglia) e le voci che cantano la parola “Amen”: gli archi vanno dal grave verso l’acuto mentre le voci vanno dall’acuto verso il grave, quasi a voler riempire tutto lo spazio acustico il più possibile (la gloria del paradiso).

L’ultimo “Amen” (a 1:29:37), invece, è l’ultima esplosione di gioia prima di lasciar concludere l’orchestra in pianissimo sull’accordo di RE maggiore.

Buon ascolto.

Antonín Dvořák – Stabat Mater: Spartito (riduzione per soli, coro e pianoforte)

Antonín Dvořák – Stabat Mater: Testo

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